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La fisioterapia in acqua: guarire prima, guarire meglio

“Fare fisioterapia in acqua, specialmente come riabilitazione post chirurgica, presenta enormi vantaggi, in primis la possibilità di accelerare alcuni, e talora tutti, i tempi della riabilitazione. Tuttavia questa modalità terapeutica è ancora sottostimata”. Susanna Stignani, fisiatra del poliambulatorio Physiomedica di Faenza, spiega come gli esercizi in acqua possano costituire un toccasana per la nostra salute e per l’apparato muscolo-scheletrico. Eppure è lo stesso medico a definire tutt’ora “pionieristica” questa tecnica, almeno in Italia: si potrebbe fare molto di più, considerato che, come la dottoressa Stignani tiene a sottolineare, la “riabilitazione in acqua, in pratica, ha un numero davvero esiguo di reali controindicazioni”. Chi vi sottopone, dunque, ha solo da guadagnarne in salute e in tempo.

Dottoressa Stignani, che cosa è precisamente la riabilitazione post chirurgica in acqua?

“Si tratta di una “esperienza riabilitativa” che proponiamo al paziente dopo un intervento chirurgico delle più svariate tipologie, mirata a ritrovare la piena funzionalità della zona interessata e a recuperare completamente il proprio benessere fisico ma è una tecnica purtroppo ancora poco sfruttata. Di solito in Italia l’idrokinesiterapia viene iniziata in via precauzionale dopo la cicatrizzazione delle ferite chirurgiche mentre all’estero spesso il paziente entra in acqua già uno-due giorni dopo le dimissioni dall’ospedale, ovviamente con le dovute precauzioni ed accorgimenti”.

Dove avviene la riabilitazione?

“In una così detta vasca di riabilitazione che, anche se potrebbe sembrarlo, non è esattamente una piscina ma qualcosa di più complesso e adatto ad una finalità terapeutica, con una temperatura dell’acqua tenuta costantemente fra i 32 e i 34°”.

Come avviene?

“O da bordo vasca o direttamente immerso in acqua, il terapista chiede al paziente di eseguire determinati esercizi personalizzati in base alla specifica problematica. Se deve invece mobilizzare un distretto articolare, il terapista si trova necessariamente in acqua con il paziente. In quest’ultimo caso la seduta è singola ma vi possono essere forme di terapia collettiva con piccoli gruppi di 4-6 pazienti” al massimo.

Quali sono i vantaggi?

“Per esempio si possono eseguire esercizi che a secco sarebbero impensabili o non proponibili per quel dato momento riabilitativo oppure sarebbero possibili ma solo procedendo con molta cautela. L’acqua è calda e facilita i movimenti, l’ambiente è raccolto, ovattato, il paziente è rilassato e sente molto meno dolore rispetto alla fisioterapia tradizionale. La mobilizzazione procede più velocemente, così come tutto il percorso terapeutico. Insomma, si guadagna un sacco di tempo”.

E’ efficace per ogni tipo di intervento?

“La riabilitazione post chirurgica in acqua è efficace in seguito ad ogni tipo di intervento perché fondamentalmente l’acqua riabilita tutto. Perché ciò avvenga però, è necessario che il distretto in questione sia immerso. L’unico limite quindi sono le zone che è complicato immergere completamente: per questo preferiamo non trattare le problematiche alla parte cervicale alta”.

Per quali patologie è maggiormente usata?

“E’ molto utile e molto usata per la riabilitazione degli interventi a carico del rachide come per esempio dopo un’ernia del disco. L’assenza di gravità ne fa un’ottima opzione riabilitativa anche per gli arti inferiori. Inoltre anche i pazienti reduci da interventi per patologie della spalla ne traggono molto giovamento”.

La riabilitazione in acqua può essere fatta anche per scongiurare l’intervento?

“Certamente. Il trattamento delle lesioni della cuffia dei rotatori o dell’ernia del disco per esempio, spesso può arrivare ad evitare o procrastinare l’operazione o addirittura può essere preparatorio all’intervento stesso. Ad esempio nel caso di una protesi d’anca o di ginocchio programmata, generalmente le liste di attesa sono lunghe. Il consiglio è di cominciare a lavorare in acqua anticipando l’intervento che troverà un paziente con una muscolatura preparata e rafforzata. Inoltre, informare e far provare al paziente cosa dovrà fare dopo l’intervento quando ancora non ha lo stesso timore e dolore che avrà dopo, non può che tornare vantaggioso.  I tempi di recupero post chirurgici in questo modo, con ogni probabilità si accorceranno. Naturalmente anche in questa fase vi sarà riabilitazione in acqua”.

Si usano accessori particolari?

“Sì, molti. Galleggianti, tubi, tavolette, manubri, guantini, pinne per le mani, cinture piombate. Tutti strumenti che servono per aiutare il galleggiamento o perché fanno resistenza ai movimenti e quindi sono fondamentali nella fase della ricostruzione della forza, un po’ come i pesi in palestra. E poi non dimentichiamoci delle dotazioni della vasca riabilitativa stessa, come i getti controcorrente per esempio”.

Quando dura una seduta?

“Un’ora. Per la parte passiva, la mobilizzazione cioè o in alcuni casi particolari, invece è sufficiente mezz’ora”.

E un trattamento complessivo?

“Dopo un intervento chirurgico “semplice” può bastare un ciclo di riabilitazione, 10 sedute cioè. Molto spesso però si arriva a due cicli eseguiti con due, massimo tre, sedute alla settimana”.

 

E’ un trattamento rivolto a tutti o c’è qualche limitazione ad esempio in base all’età?

“Può essere proposto a tutti, dai bambini agli anziani. Alcuni sono titubanti perché non sanno nuotare ma, ripeto, non si tratta di una piscina: il livello dell’acqua è basso in buona parte della vasca e si possono fare esercizi in tutta sicurezza e relax. La parte di acqua profonda è inequivocabilmente distinta dalla restante e non ci si può finire per sbaglio ma solo quando è necessaria! Al limite si tratta solo di vincere qualche piccola resistenza iniziale”.

Quali sono le controindicazioni?

“Pochissime. In pratica è davvero sconsigliata solo per chi soffre di gravi forme di incontinenza, urinaria o fecale, e di epilessia oppure ai pazienti francamente idrofobici che però, per fortuna, sono davvero pochi!”.